martedì 2 novembre 2010

Biancaneve


Regnava su di un paese lontano una regina la cui bellezza era pari alla durezza e freddezza del suo cuore. Coltivava le arti magiche, e possedeva uno specchio fatato che spesso interrogava:
-Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Invariabilmente lo specchio rispondeva: sei tu, o mia regina.

Viveva nello stesso castello una bambina, figlia di primo letto del vecchio Re, a cui per la straordinaria bellezza dell'incarnato era stato dato il nome di Biancaneve. Biancaneve cresceva in salute del tutto ignorata dalla malvagia regina, finché un giorno questa, scoprendo improvvisamente la grazia ed la bellezza della figliastra, folle di gelosia decise di evocare ancora una volta lo spirito dello specchio.

-Specchio, servo delle mie brave chi è la più bella del reame?
E lo specchio rispose ancora una volta: Sei tu o mia Regina
- Ma come, e Biancaneve?
- Ma mia signora, rise lo specchio, come può paragonare una sciacquetta scipita come Biancaneve con una signora ricca di fascino come lei? Sappiamo bene che su di lei gli anni non pesano, e che lei dimostra (oh, mi lasci guardare) al massimo 15 anni. E poi il colore dell'occhio, la perfezione dell'ovale, la linea delle labbra, la morbidezza delle sue forme sono tutte cose che rendono improponibile un qualsiasi paragone con quel ranocchietto di principessa, mi creda.

La Regina se la bevve ancora una volta, e vissero tutti felici e contenti.

sabato 30 ottobre 2010

Cappuccetto Rosso


C'era una volta una bambina che indossava sempre una mantellina con un cappuccio rosso, e che per questo motivo era chiamata Cappuccetto Rosso. Un giorno la sua mamma la chiamò e le disse: "Mia cara bambina, la tua nonnina è a letto malata: dovresti per favore portarle un cestino di roba da mangiare perché non è in grado di provvedere a sé stessa". Cappucceto Rosso guardo la mamma e le disse: "Mamma, o che tu sei grulla? O che non lo sai che per andare dalla nonna bisogna passare dal bosco e che nel bosco c'è il lupo cattivo?" E la mamma rispose:"Ma no, che sei tu la grullarella: o che credi ancora a queste fole del lupo cattivo? Prendi il cestino, metti la mantellina e per favore vai dalla tua nonnina". E così Capuccetto Rosso prese la strada del bosco, dove trovò il lupo che se la mangiò. Fine della fiaba.

venerdì 29 ottobre 2010

I doni dei Morti


Quando ero piccolo io, non esisteva la festa di Halloween. E i regali non li portava Babbo Natale: i regali li portavano i Morti, nella notte tra l'1 e il 2 Novembre. Non dei morti qualunque, ovviamente, ma i nostri morti, ovvero quei parenti defunti che non avevamo fatto in tempo a conoscere: bisnonni, zii dai nomi misteriosi, addirittura qualche trisavolo. Quando avevano tempo e voglia i miei organizzavano una specie di caccia al tesoro al termine della quale trovavamo una serie di pacchetti su cui, con grafia tremolante, era scritto il nome del mittente: a volte si trattava di nonna Ninetta, a volte di nonno Bastiano. Ad ogni scoperta seguiva qualche parola di ricordo e qualche aneddoto familiare. I morti di mio padre erano più avari di regali (mio padre era meno incline a queste fantasie), ma un pupo di zucchero da parte di mio nonno Santoro arrivava spesso, forse grazie alle opere di mia madre. Poi ci munivamo di mazzi di crisantemi, di un bidoncino pieno d'acqua, del cappotto (era la prima volta nella stagione che lo indossavamo), e andavamo al cimitero a ringraziare gli stessi che ci avevano mandato i regali.
Ho sempre trovato questa tradizione più bella dello scialbo Natale: da un paio d'anni cerco anche di mantenerla in vita nella mia famiglia.

lunedì 4 ottobre 2010

I'm Popeye the sailor man

Oltre all'opera, due delle mie grandi passioni sono il Popeye di Segar e quello animato dai fratelli Fleischer.
Questo è uno degli episodi che preferisco:

venerdì 24 settembre 2010

Un anno particolare....

Negli ultimi 365 giorni tra le persone a me più vicine posso contare 9 ricoveri (non necessariamente per motivi spiacevoli), tre interventi, due decessi, una nascita. Scusate se è poco.

mercoledì 15 settembre 2010

Andrea Chénier


Un paio di giorni fa, dovendo affrontare un breve viaggio, ho iniziato a spulciare gli scaffali cercando un cd da ascoltare. Dopo aver vagato tra Rossini e Mercadante, preso da un raptus improvviso, mi son diretto verso l'Andrea Chénier. Scartato Pavarotti, visto che la vecchia incisione di Gigli era nascosta chissà dove, ho scelto la classica Del Monaco Tebaldi Bastianini Gavazzeni. Il fatto è che nei primi anni della mia giovinezza, diversi lustri fa, lo Chénier era opera di repertorio al pari di Tosca, Traviata e Rigoletto: non vi era tenore che non avesse inciso una o più delle tre arie, né baritono che non si fosse cimentato nel "Nemico della Patria", e i soprani facevano a gara nelle impennate spericolate di "La mamma morta".
Una delle prime opere che seguii fu, in tv, una ripresa del vecchio film con Del Monaco, Antonietta Stella e Bastianini: ricordo che piazzai un registratore davanti alla tv per riascoltare a mio piacimento.
Un mio zio, dalla bella voce poco coltivata, si sgolava nell'improvviso cercando faticosamente l'acuto sulla parola amor. Nella stagione d'opera all'aperto della mia città Chénier era poi uno dei pezzi forti, e lo vidi una o forse due volte. Poi pian piano l'oblio: il titolo cominciò a scomparire dai cartelloni, ed anche dai miei ascolti, sostituito da Rossini ed Haendel, e non bastò una ripresa del Comunale di Bologna, con la coppia Armiliato-Dessì e regia di Del Monaco Jr, a farmi ridestare l'interesse.
All'ascolto devo dire di non essere rimasto deluso: ho verificato con stupore e compiacimento di ricordare bene tutta l'opera, ed una volta verificato che il primo atto non è il Rosenkavalier, che il duetto finale non è Tristano, e che anche il duetto soprano-baritono del terzo quadro è inferiore a quello della Tosca (analogo per situazione drammatica, bisogna dire che la scrittura di Giordano è più raffinata di quella di Mascagni, che il suo linguaggio è meno crudo di quello di Leoncavallo, e che infine l'opera tiene, anche se fa un po' la figura di quei vecchi soprammobili che si trovavano a casa delle nonne, come il calamaio a forma di busto di Dante o il pastorello di porcellana, reliquie di un gusto che non ci appartiene più.

martedì 24 agosto 2010

Nomi di famiglia


Mio nonno paterno si chiamava Santoro. No, non Santoro di cognome: Santoro di nome. Raccontava che l'impiegato all'anagrafe, piemontese poco avvezzo al dialetto (quando nacque l'Italia aveva solo 22 anni, Garibaldi e Vittorio Emanuele II erano morti da uno e gli Italiani erano tutti da fare) cercò di tradurre in "Santoro" l'indecifrabile "Saroro" che mio bisnonno Michele aveva scelto per lui. Saroro, in realtà, stava per Isidoro, o così almeno convennero mio padre e mia madre al momento di scegliere il nome per il loro primogenito, sottraendosi elegantemente alla tradizione che imponeva al primo figlio maschio il nome del nonno paterno. Nonno Santoro morì un mese prima della mia nascita: per questo non ho nessun ricordo. Di certo, doveva essere un uomo d'altri tempi: una foto risalente agli anni '50 lo ritrae in un abito già antico per làepoca. Muratore per tutta la vita, emigrato in Francia, combattente durante la prima guerra mondiale: sono tutte notizie riferite da mio padre alle quali purtroppo non sono riuscito a trovare alcun riscontro. In famiglia non navigavano nell'oro, ma non facevano neanche la fame: quattro figli da sfamare non consentivano agiatezze. Di lui non mi rimane molto: qualche foto sbiadita, e un nome difficile da portare.